Gli antichi legami valsesserini di Pettinengo

Riportiamo una ricerca effettuata da Mario Menegon, Gruppo Amici Peccia, sui legami tra Pettinengo e gli alpeggi della Valsessera, nel periodo a cavallo dell’epopea dolciniana.

Pettinengo è l’alto cantone a ponente dell’antico comune di Beduglium (Bioglio), sorto tra il VII-IX secolo, alla confluenza di tre ancestrali vie di transumanza: i più brevi e sicuri percorsi tracciati nel tempo dai pastori per far accedere le greggi ai rigogliosi pascoli estivi, siti oltre la Bocchetta del Sessera; nella “grande foresta, territorio dell’orso, del cinghiale e del lupo“, così Massimo Sella nella “Bűrsch” descrive la Valsessera, da sempre il polmone verde del Biellese.

L’atto, datato 4 gennaio del 1213, testifica che Beduglium acquista dalla Badessa del monastero di Lenta “Alpis Pixinula..” in Valsessera , alpe affittata sin dal 5 giugno 1139.
Il documento ne descrive i precisi confini “… a mezzogiorno il Sessera , a sera la Quara, a mezzanotte il canale di S. Giovanni ed a levante il canale Mala”. E’ palese che l’Alpe Pixinula, così ben individuata, non è l’Alpe Peccia. E seppur delusi, proseguendo la lettura, in quell’antico strumento troviamo un’importante notizia: nell’elenco degli acquirenti compaiono “ … et omnia hominu de Pitignengo, et eadem Parochia…” . Così, non a caso, proprio dall’acquisizione di un pascolo valsesserino e relativi diritti di comunaglia, per la prima volta viene citato il paese di Pettinengo, che così entra ufficialmente nella Storia.
Alcuni di quegli “hominu de Pitignengo”, quarant’anni dopo (il 9 maggio 1243) ratificano il passaggio dalla giurisdizione del capitolo della Chiesa Eusebiana al Comune di Vercelli; ne conosciamo i nomi, sono i patronimici delle più antiche famiglie capostipite pettinenghesi : i Ruzoliis, ( cà da Rus = Ruccio ), i Serra ( ca di Sarj ), i Maza ( cà d’Masa ), i Rizoliis ( cà d’ Riseau= Rizoglio ), nomi divenuti poi i noti toponimi dei nostri cantoni.

Per chi, allora pastore, il modo di vivere tra gli abituri di Pitignengo o il trasferirsi con la famiglia nelle estive tegge valsesserine, poco o nulla cambiava, considerato che con capre e pecore da sempre scollinavano per raggiungere quella rigogliosa valle, posta sul confine naturale con la grande Valsesia.

Proprio dalla Valsesia, nell’anno 1306, giunsero, fuggendo dall’invernale fame, circa un migliaio di Apostolici bollati d’eresia. Era marzo, pur con la neve ancora alta, lasciavano la sicura Rassa e tramite la bocchetta dei Furnej giungevano alla Peccia. Ad accoglierli ovviamente non vi era nessuno e tanto meno del cibo. Quindi, proseguirono l’estenuante cammino lungo la Dolca e, risalendo la sponda destra del Sessera, si attestarono su di un rialzo detto monte Rubello (in prossimità del monte S. Bernardo). Non lo sapevano, e credo che fossero talmente spossati che poco gliene sarebbe importato, d’aver tracciato quello che ancora oggi, dopo novecento anni, viene chiamato “ il sentiero dolciniano”. A quegl’illusi rivoluzionari altro frullava per la testa. Fermamente convinti com’erano dell’imminenza del “Terzo stato del Mondo”, quello dello “Spirito Santo” (riferimento alla predizione del mistico teologo calabrese Gioachino da Fiore), erano certi che fosse giunto il tempo nel quale i principi apostolici-anarcoidi, quali eguaglianza, mutuo aiuto e liberazione da ogni potere, avrebbero finalmente trionfato sui sempre più corrotti prelati della Chiesa.

Nell’attesa del sospirato evento, spinti dai morsi della fame, al di là dei loro pur validi principi, presero a razziare i paesi limitrofi, riacquistando forza tanto da vincere (nel novembre del 1306) i crociati del vescovo di Vercelli, Raniero Avogadro di Pezzana. Imparata la lezione, il Vescovo sotto l’ègida di papa Clemente V ( il guascone, quello che l’anno prima si trasferì ad Avignone e l’anno dopo, su suggerimento di Filippo il Bello, soppresse l’ordine dei Templari incamerandone i beni), pose l’assedio al monte Rubello.
Il vescovo fece montare un mangano, un ordigno per lanciare grosse pietre sulle fortificazioni degli eretici e, non pago, fece erigere sui sottostanti colli (verso la pianura), cinque bastie d’osservazione e controllo dei valichi, isolando definitivamente i ribelli.
Una di queste venne innalzata proprio sul colmo di S. Eurosia a Pettinengo, sopra Livera: il già citato e per noi importante crocevia della transumanza.

Senza più possibilità di rifornimenti, i dolciniani ormai stremati, il 23 Marzo 1307 (venerdì santo), combatterono, tra il piano di Stavello ed il vallone del rio Guarnisca, la loro seconda sanguinosa quanto fatale battaglia.
Frate Dolcino finì prigioniero, per morire torturato e trascinato lungo le vie di Vercelli. Il potere religioso e politico della Chiesa di Roma s’impose impietoso, ma oggi possiamo ben dirlo: fu la fame, non certo l’ortodossa fede, la vera vincitrice di quegl’indomabili.

Obelisco a Fra Dolcino, 1907, Bocchetta di Margosio

Diversi furono gli alpigiani valsesserini e valsesiani che in quei frangenti sostennero i ribelli nell’impari lotta. Molti, come evidenziano gli storici dolciniani Corrado Mornese e Gustavo Buratti (Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi, pag 163) da Rassa e dai paesi vicini si dispersero, costretti a nascondersi ed a cambiare il loro nome in Valsesiano o Sesiano. Qualcuno di questi o i loro successori giunsero anche a Pettinengo, perché Sesiano è il nome di una famiglia pettinenghese estinta, ma di cui si trova traccia nel “Catasto dell’anno 1798 della molto Magnifica Comunità di Pettinengo”, che così denominava il gruppo di case dove ora è lo stabile dell’ex Bellia Bernardo & F.lio.
L’epurazione ed il criterio giurisdizionale fortemente inquisitorio fu tale da minare lo spirito di solidarietà dei vincoli di tramandate comunanze, per cui questa azione repressiva ha segnato l’inizio della fine della atavica civiltà alpina dei “ciabot”, basata sul baratto, il rifiuto di ogni balzello, non essendovi in essa servi o padroni, ma solo uomini liberi.

Da allora nelle nostre vallate prenderanno sempre più piede le influenze mercantili della pianura. La diversa filosofia di vita della regione-comunità alpigiana in osmosi con il territorio, (la Bioregione alpina di Gustavo Buratti “Dolcino storia pensiero e messaggio”) con i suoi ordinamenti, costumi comunitari, antiche tradizioni paesane, resistette per altri sei secoli per definitivamente spegnersi con la seconda guerra mondiale.

Conclusasi, nella prima decade del ‘300, l’avventura dolciniana, gente di Pettinengo abiterà la vicina Camandona (l’allora alpeggio), sorta lungo la pista che porta al Bocchetto. Due comunità strettamente legate all’invaso valsesserino e quindi da naturali affinità che ne promossero un comune senso di appartenenza ed identità.
Identità sancita dai dettagliati accordi definiti nell’ultimo giorno di marzo del 1348 sui confini tra il territorio di Bedulium e quello di Moxo (Mosso) (documento nell’archivio comunale di Pettinengo). Il descritto meticoloso tracciato parte dalla Rovella, passa da Camandona per giungere sino in Sessera. Alla ventiduesima pagina, nel capitolo 23, troviamo elencati tutti gli alpeggi oltre il Colmo (ossia scollinando in Valsessera) insieme alla acquistata Pixinula sono citati : Carpo, Quara, Bafsis (Basse), Artegnaga (Artignaga). E’ un documento che meriterebbe uno studio approfondito, se non altro per le indicate severe sanzioni a chi, sconfinando con bestie o altro, avesse arrecato danni ai vicini: si apprende come boschi, pascoli e prati allora fossero di vitale importanza!

Nel marzo dell’anno successivo 1349, i “sindaci” e procuratori della comunità di Bioglio (quindi anche Pettinengo), giurando fedeltà al Vescovo di Vercelli Giovanni Fieschi, ricevettero l’investitura degli alpeggi comuni di Camandona, Garamondino, Lavono, Funera, Cusogna, Cusignola, la Quara, più una pezza di terra “que appellatur Plancia”. La maggior parte di questi territori sono in Valsessera e giungono ad occupare tutta la riva destra della Dolca, mentre della Plancia, che non vuol dire Peccia, nulla di certo è dato sapere. Il termine Plancia deriva dal latino planca, “tavola”, “asse”, ossia terreno privo di rilievi, piatto, ma definisce anche toponimi derivati dalla presenza in zona di una passerella o piccolo ponte di legno. Potrebbe essere la Piana del Ponte, luogo che possiede tutte le predette caratteristiche, essendo un piano dove, tramite il ponte (ora in pietra) ma all’origine molto probabilmente una passerella in legno, vi giunge la principale mulattiera che dal Bocchetto scende ed attraversa il Sessera. Comunque l’investitura costerà all’anno un censo di sonanti tre lire pavesi, con un’aggiunta di prodotti tipici valsesserini pari ad 84 tome e mezza di formaggio e nove “seracia” (ricotte dette “serrate” perché venivano pressate).

Non compare Pixinula perché, forse, essendo stata acquistata direttamente dalla Comunità, potè per questo definirsi un bene allodiale, cioè privo di vincoli o balzelli.
Grazie a questi acquisiti diritti di comunaglia dei citati pascoli ed al sostentamento che se ne ricava, l’ancestrale legame tra uomo ed alpeggio sarà destinato a rafforzarsi.

 

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