La lavorazione della maglia

Il testo riportato di seguito è tratto dal libro Dai acqua!” : storia dei pionieri dell’industria laniera nel Biellese, scritto da Massimino Scanzio Bais (giornalista e scrittore di queste terre, autore di rinomati testi storici, legati alla sua terra natale, quali “Nui bieleis”, “Processo a Pietro Micca”, “Cento anni della gente biellese”) e pubblicato dall’ Unione Biellese nel 1960.
Con questo libro, Massimino Scanzio Bais si propone di ripercorrere e celebrare la “storia dei pionieri dell’industria laniera nel Biellese“, che hanno saputo costruire dal nulla piccoli imperi nel settore tessile, ritagliandosi un ruolo da protagonisti nel panorama del made in Italy.
Il titolo del libro, riprende l’antico comando utilizzato per mettere in azione i macchinari dei lanifici: “dare acqua” significava, infatti, aprire le chiuse dei torrenti in modo che l’acqua mettesse in movimento i macchinari utilizzati per la produzione tessile.

Di seguito, viene ripreso un estratto del testo.

Verso il 1768 il governo del Regno di Piemonte e Sardegna, quasi non avesse altre gatte da pelare, in un periodo denso di guerre e foriero di gravi rivolgimenti sociali, aveva pensato di creare uno stabilimento per la produzione della maglieria; e, infatti, lo stabilimento sorse a Fenestrelle, si chiamò a dirigerlo il prussiano Federico Ulrich, e si concessero tutti i privilegi caratteristici delle aziende statali, perché nessuno avesse a turbarne la produzione. Ci sarebbe stato da scommettere che in quelle condizioni l’industria statale della maglieria prosperasse in modo prodigioso. Tutti i ministri e lo stesso re ne furono convinti, fino a quando, poco dopo, lo stabilimento chiuse i battenti.
La causa? La causa erano i calzettai di Pettinengo e Camandona, che non avevano nessun stabilimento, non erano diretti da nessun prussiano, non godevano nessun privilegio, non avevano nemmeno macchine, ma… producevano più a buon mercato. E siccome la gente non si cura di privilegi statali, ma vuole merce buona ed a buon mercato, a Pettinengo ed a Camandona non si produceva abbastanza, tante erano le richieste, mentre lo stabilimento statale chiudeva per mancanza di lavoro.

Il fallimento dell’iniziativa statale provocò, come in tutte le questioni in cui entri la burocrazia, una serie di inchieste, con relazioni, statistiche, perizie, controlli, indagini, carta da bollo, indennità di trasferta, vale a dire festa grossa per qualche dozzina di funzionari: il tutto per stabilire che nei due citati paesi del Biellese, che contavano assieme meno di duemila abitanti, si producevano oltre 1.500 paia di calze al giorno. Non c’era, come si è detto, nessun stabilimento. Anzi, non c’era nessuno che facesse di professione il calzettaio od il magliaio.
Tutti, però, vecchi, donne, bambini, lavoravano a tempo perso la maglia: alla sera, mentre attendevano nella stalla, chiacchierando amabilmente, l’ora di andare a letto, tutti sferruzzavano; di giorno, le ragazzine sferruzzavano mentre conducevano la mucca o la capra al pascolo; le comari facevano in crocchio il solito giro di maldicenze su tutto il vicinato, dando un colpo ai ferri ad ogni pettegolezzo: e siccome i pettegolezzi erano molti, anche le maglie delle calze si allungavano.
Forse sferruzzavano anche gli innamorati mentre stavano tubando. Anzi c’era allora un proverbio secondo il quale « amore con la calza è amore senza peccato », intendendo dire che finché sferruzzavano, non era possibile a due giovani trascendere nella passione. Ancora ai tempi dei nostri nonni, quando il lavoro a maglia era ormai limitato alle necessità familiari, le mamme permettevano alle figlie di trascorrere un’oretta, alla sera, con l’innamorato, a patto che potessero dimostrare, con una spanna di maglia in più, che avevano mantenuto le distanze…

Il re, che era l’abile ed intelligente Carlo Emanuele III, comprese la lezione, abbandonò l’esperimento dell’industria di stato, ed invitò i pettinenghesi a rifornire l’esercito. Ebbe inizio da questo gesto la strada degli industriali maglieri.
Era infatti impossibile ai singoli cittadini concorrere all’appalto per l’assegnazione delle forniture. I più abili ed intraprendenti di essi si assicurarono la produzione degli altri, rischiarono di tasca propria la perdita della cauzione, ed iniziarono così un sempre più vasto giro d’affari.

Ancora un secolo dopo, verso la metà dell’ottocento, a Pettinengo ed a Camandona si continuava a lavorare la maglia a mano, con un ritmo di produzione da tener testa agli stabilimenti sorti nel frattempo, tra i quali, per restare nel Biellese, quello dell’Ospizio di Carità a Biella, e ad Occhieppo Superiore quelli dei fratelli Salza, di Pietro Vigna e di Francesco Tua.

Infine, sono state proprio le forniture militari, quelle stesse che avevano sanzionato la bontà della produzione familiare pettinenghese e camandonese, a decretarne la decadenza, quando dopo la terza guerra d’Indipendenza, nel 1866, l’esercito decise di adottare maglieria fabbricata a macchina. Tra i grossisti di Pettinengo c’era Bernardo Bellia, il cui figlio Celestino, di tutt’altra vocazione, stava studiando all’Università di Torino chimica-farmacia. Di fronte al pericolo di crisi generale, il figlio, che sembrava disdegnare il lavoro con i ferri e con l’ago, prese le redini dell’azienda e propugnò l’industrializzazione. I pettinenghesi abbandonarono allora la lavorazione familiare e divennero salariati.

Non sembra che nel cambio avessero a perdere. Era l’epoca eroica delle lotte sociali nel Biellese, e sembrava che il solco tra industriali ed operai avesse ad approfondirsi sempre più. Celestino Bellia smentì questa convinzione: presentatosi candidato nel Collegio di Cossato, in opposizione al liberale prof. Federico Garlanda, si trovò come concorrente il socialista Dino Rondani. Nessuno dei tre riuscì ad avere il numero di voti occorrente per essere eletto e si procedette, la domenica successiva, alla votazione di ballottaggio. I socialisti allora ritirarono il proprio candidato e riversarono i voti sul Bellia, che riuscì eletto. Ma per poco: non si era dimesso per tempo dalla carica di sindaco di Pettinengo, e la Camera dei Deputati, constatata l’incompatibilità allora vigente tra le due cariche, decretò l’annullamento dell’elezione.
Forse la passione per l’attività politica è rimasta come un vecchio fantasma tra le mura dello stabilimento, perché anche il titolare degli anni 1960, Gino Pavia, assessore provinciale alla viabilità, seguì le orme del fondatore, anche se su una posizione diversa, in campo liberale. Lo coadiuvava il figlio ing. Angelo, che, tanto per cambiare era sindaco di Pettinengo, come era stato il Bellia.

 

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